La curiosa vittoria della Lancia Aurelia B20

Vincere una gara spingendo la macchina per non essere squalificato è una notizia come lo è quella se l’auto ha corso con la targa di un’altra macchina.

Il 29 giugno del 1952 in Sicilia si disputa la Targa Florio che, tra le tante, vedrà la partecipazione anche di una Lancia Aurelia B20 passata alla storia per due particolarità: la prima che la macchina torinese tagliò il traguardo spinta da Felice Bonetto per evitare di essere squalificato e vanificare la vittoria conquistata. La seconda particolarità che la Lancia aveva la targa AN 16960. Su questo particolare va detto che quella targa,ventotto giorni prima, apparteneva alla Lancia Aurelia B20, di colore grigio -Telaio 1510 motore 1613-, che Luigi Fagioli aveva  sulla “SUA” Lancia Aurelia, quella con la quale aveva avuto il brutto incidente all’uscita del tunnel sul circuito di Montecarlo, che il giorno 20 giugno lo portò alla morte. La Lancia Aurelia B20 usata da Bonetto in Sicilia era invece Amaranto con la targa AN. A questo punto vale la pena di fare un riepilogo e ricordare che poco tempo prima la Lancia aveva fatto uscire dalla Fabbrica sei berline appositamente preparate, alleggerite, carrozzeria in alluminio, senza bagagliaio, tettuccio abbassato per farle correre nella GTI affidandole a sei piloti che le ebbero a loro intestate con la targa della loro città di residenza e messe su strada. Le tre di colore amaranto andarono: la telaio 1505 e motore 1608 targata TO 129667 a Luigi Valenzano; la telaio 1506 e motore 1609 targata MI 186996 a “Ippocampo”; la telaio 1511 motore 1614 targata TO 138918 non ebbe subito assegnatari; la verde, telaio 1507 motore 1610 targata MI 186992 a Felice Bonetto; la celeste, telaio 1508 motore 1611 targata TO 129666 a Salvatore Ammendola; quella di colore giallo, telaio 1509 motore 1612 targata GE 59705 a Enrico Anselmi; a Luigi Fagioli quella grigio, telaio 1510 motore 1613 targata AN 16960.

Quindi in Sicilia avvenne non solo una sostituzione di targa ma anche di vettura, due fatti che sollevano una domanda: quale nome del proprietario sarà stato libretto di circolazione?

La data in nero nella storia del Motorsport.

Quando la fatalità segna la vita di due Campioni approfittando delle coincidenze:il rinvio di una gara, il suo recupero, la rinuncia a una gara per un’altra dello stesso giorno.

Il 10 settembre del 1933 è una data in nero nella storia del Motorsport. Quel giorno sulla pista di Monza erano in calendario due importanti gare l’XI GP d’Italia, da disputare al mattino vinto da Luigi Fagioli davanti a Nuvolari, e il VI GP di Monza, una gara recuperata dalla data del mese di giugno, da disputare nello stesso pomeriggio su tre batterie e una finale. In questa, tra gli altri, erano iscritti Mario Umberto Borzacchini e Giuseppe Campari che aveva annunciato il suo addio alle corse per darsi al canto e che per scelta di Ferrari, aveva rinunciato a partire nella gara del mattino. I due Campioni risultarono inseriti nella seconda manche la cui partenza venne sollecitata dalle proteste del pubblico, abituato a vedere una gara dopo l’altra, per il ritardo che si stava accumulando a causa dei lavori che gli addetti alla pista avevano avviato per  ripulirla dai residui lasciati dal passaggio delle macchine dell’altra batteria in particolare dell’olio della Duesemberg di Trossi. Nello schieramento figurarvano anche: Castelbarco, Barbieri, Helle Nice, Balestrero e Pellegrini. Borzacchini era alla guida di una Maserati 8C 3000 monoposto, quella con la quale Campari aveva vinto il GP di Francia, mentre Campari aveva una Alfa Romeo monoposto 2.6 Tipo B; su entrambe erano stati tolti i freni anteriori e avevano le gomme slick. Al via la gente vede l’Alfa sembra prendere un leggero vantaggio e, seguita dalle altre, scomparire dietro la prima curva. Trascorso poco più di un minuto, il tempo per tornare sul traguardo, dei sette piloti partiti quattro non ripassano. Due di questi:Campari e Borzacchini si sono fermati per sempre.

Il mistero della Maserati V4: una o due?

Costruita a fine 1929 la Maserati V4 ebbe vita breve un anno e mezzo poi, con certezza, una venne trasformata in V5. La guerra fece perdere le tracce e oggi ce ne sono due.

Dopo la metà del 1929, su progetto di Giulio Maserati, la Casa del Tridente portò all’attenzione del pubblico una bellissima 16 cilindri da corsa distinta dalla sigla V4. Il debutto avvenne in quel di Monza il 15 settembre dello stesso anno guidata dall’altro fratello Alfieri. Nello stesso mese, il pilota di punta del Team Maserati, Baconin Borzacchini raccolse il risultato più importante della storia del modello conquistando a Cremona il Record mondiale sui 10km a oltre 246 km/h di media. L’anno successivo, sempre con Borzacchini, la V4 si aggiudicò il Gran premio di Tripoli per poi tentare di avere qualche soddisfazione alla 500 Miglia di Indianapolis dove, purtroppo, per il divieto di usare il compressore dovette ritirarsi. Riportata in Italia si fece viva a Pescara nella Coppa Acerbo, poi chiuse la stagione a Monza. Nel 1931, fu impiegata sempre in gara a Tunisi, nelle mani di Biondetti, a cui seguì la vittoria con Ernesto Maserati nel GP di Roma, poi due insuccessi a Pescara e Monza chiusero la storia di questa sedici cilindri accompagnata dal mistero di quante ne sono state costruite. Unica certezza che un motore è stato utilizzato per costruire la V5 utilizzata da Fagioli nel 1932. Secondo alcuni si dice due: la prima V4 fu acquistata da un medico di Roma dopo averla fatta trasformare dal Carrozziere Zagato in una lussuosa roadster bicolore segnalata presente a un concorso di eleganza a Roma. Del secondo ipotetico esemplare, si dice, smontato e nascosto per sfuggire ai tedeschi, venne ritrovato solo il motore. In epoca recente una V4 è stata ricostruita con una nuova meccanica che oggi si trova nel garage di un collezionista di auto Maserati.

(Estratto da “Il pilota che non disse mai basta”)