Le corse automobilistiche e il numero 17

Da sempre in qualsiasi competizione si usano i numeri per distinguere i partecipanti ma in Italia c’è un motivo sul perché si è rinunciato a usare il numero 17

Nella pista di Monza l’8 settembre del 1923, oltre le Roland-Pilain, c’erano anche alcune delle vetture italiane, tra queste le nuove Alfa Romeo GPR P1 fresche di Fabbrica, una delle quali quella con numero 17 affidata a Ugo Sivocci che il pilota volle portare, con a fianco il meccanico Angelo Guatta, ancora in pista per un ultimo test. Verso le 9,35 un Ufficiale di cavalleria che si trovava in cima ad una tribuna e che seguiva con particolare interesse le prove, al terzo giro, vide la macchina di Sivocci lasciare improvvisamente la pista alla curva a sinistra del Vialone (poi nel tempo ribattezzata Curva Ascari), andando a urtare con violenza prima un albero, poi un altro per poi rimbalzare indietro contro una terza pianta e infine fermarsi, senza ribaltarsi sul prato, l che l’Ufficiale diede immediatamente l’allarme. L’Alfa numero 17 era tra le piante, sulle ruote, con pochi danni sul lato sinistro e aveva il cofano ammaccato. Il corpo del povero Ugo Sivocci era dentro l’abitacolo, perdeva sangue da alcune ferite alla testa e non dava più segni di vita. Il suo meccanico giaceva accanto alla macchina in condizioni pietose, venne soccorso e posto in una delle vetture per essere trasportato all’ospedale di Monza dove risultò avere una clavicola e due costole rotte. Verso le 14, mentre si riteneva che l’Alfa Romeo stesse prendendo parte alla gara, la direzione dell’Alfa Romeo diramò un avviso, affermando di aver ritirato le proprie vetture dalla gara in segno di rispetto. A quella decisione seguì anche la rinuncia a schierare le Alfa Romeo P1 nelle corse e il divieto, nelle gare italiane, di usare il numero 17.

La data in nero nella storia del Motorsport

Due coincidenze: il rinvio di una gara e il suo recupero, la rinuncia a partire in una gara per un’altra dello stesso giorno segnano la vita di due Campioni.

Il 10 settembre è una data in nero nella storia del Motorsport. Quel giorno del 1933 sulla pista di Monza erano in calendario due importanti gare l’XI GP d’Italia, da disputare al mattino vinto da Luigi Fagioli davanti a Nuvolari, e il VI GP di Monza, una gara recuperata dalla data del mese di giugno, in calendario nello stesso pomeriggio su tre batterie e una finale. In questa gara, tra gli altri, erano iscritti Mario Umberto Borzacchini e Giuseppe Campari che aveva annunciato il suo addio alle corse per darsi al canto e che per scelta di Ferrari, aveva rinunciato a partire nella gara del mattino. I due Campioni risultarono inseriti nella seconda manche la cui partenza venne sollecitata dalle proteste del pubblico, abituato a vedere una gara dopo l’altra, per il ritardo che si stava accumulando a causa dei lavori che gli addetti alla pista avevano avviato per  ripulirla dai residui lasciati dal passaggio delle macchine dell’altra batteria, in particolare dell’olio della Duesemberg di Trossi. Nello schieramento figurano anche: Castelbarco, Barbieri, Helle Nice, Balestrero e Pellegrini. Borzacchini era alla guida di una Maserati 8C 3000 monoposto, quella con la quale Campari aveva vinto il GP di Francia, mentre Campari aveva una Alfa Romeo monoposto 2.6 Tipo B; su entrambe erano stati tolti i freni anteriori e avevano le gomme senza scolpitura. Al via la gente vede l’Alfa Romeo prendere un leggero vantaggio e, seguita dalle altre, scomparire dietro la prima curva. Trascorso poco più di un minuto, il tempo per tornare sul traguardo, dei sette piloti partiti quattro non si ripresentano agli occhi del pubblico. Due di questi: Campari e Borzacchini, che il Motorsport non dimenticherà mai, si sono fermati per sempre.

Estratto dal Libro: “Il fratellino di Nuvolari”)

Coppa Acerbo un debutto tra le incertezze.

Alla Coppa Acerbo del 1934, gara del debutto in Italia, per la Mercedes le premesse riscattate poi con la vittoria finale, non sono delle migliori.

I primi giorni della settimana che anticipa la Coppa Acerbo del 1934, gli squadroni tedeschi dell’Auto Union e della Mercedes occupano, sportivamente parlando, la cittadina di Pescara dove si disputa la X Coppa Acerbo. La Mercedes, con le nuove W25, dopo l’ultima gara del 15 luglio, vinta in Germania dall’Auto Union di Stuck, scende in campo con un terzetto formato da Caracciola, Henne e Fagioli ai quali spetta il compito di contrastare la classe di Nuvolari con la Maserati e la supremazia delle macchine della Scuderia Ferrari affidate a Varzi e al giovane algerino Guy Moll del quale si dice un gran bene. All’arrivo delle macchine tedesche a Pescara, giunte con una decina di camion seguiti da altrettanti per il trasporto delle gomme, la gente assiste incuriosita a guardare quei sigari di colore argento sui quali i meccanici da subito si mettono a alla ricerca di una messa a punto ottimale per affrontare le prove. Per la squadra della Mercedes, sapendo di dovere rispettare i favori dei pronostici che la danno vincente, le prove sono caratterizzate dal nervosismo perché temono per la pioggia incombente che rende la strada scivolosa e piena di insidie. Fagioli alla guida della Mercedes, che si avvia seguita dal sibilo del compressore e dal rumore del motore,  è uno tra i primi a scendere sul tracciato per effettuare alcuni giri al termine dei quali dopo avere fermato il tempo sul tempo di 11’27”1/5, che viene migliorato solamente da Varzi con l’Alfa Romeo nell’ultimo giorno di prova, esce di strada danneggiando il muso della Mercedes. Per Neubauer la misura è colma e a questo aggiunge il litigio con gli Organizzatori che, creando una enorme confusione in chi rileva i tempi, hanno previsto l’uso di numeri di gara diversi per le prove e la gara. Alla fine però, alle premesse non esaltanti, il risultato finale che è quello che conta porta la Coppa Acerbo nelle mani di Fagioli.